Vita Religiosa Ebraica Nel Ghetto Di Riga

von Hans-Dieter Arntz
23.01.2007

italian_flag (Italian version)

Die Untersuchungen des deutschen Historikers Hans-Dieter Arntz zum Thema “Jüdisch-religiöses Leben im Ghetto von Riga“ wurden seit 1982/83 in der Fachwelt mit großer Aufmerksamkeit beachtet. Seit einigen Tagen liegt sogar eine italienische Übersetzung vor, deren erste Publikation zu Jahresbeginn dem Oberrabbiner von Rom und weiteren jüdischen Kulturinstitutionen in Italien übereignet wurde. Am 16. Januar 2007 traf die Nachricht ein, dass die italienische Übersetzung des Arntz-Textes  künftig für den Unterricht benutzt und teilweise in der Zeitschrift der dortigen Reformjuden – in der Ausrichtung nach Leo Baeck – publiziert werden soll.

Die vorliegende Übersetzung erfolgte durch den bekannten italienischen Publizisten und Judaica-Forscher Dr. Wolf  Murmelstein aus Ladispoli. Geboren in Österreich und Sohn des letzten Judenältesten von Theresienstadt, Dr. Benjamin Murmelstein, hat er selber als Kind die Leiden in dem weltbekannten Lager kennen gelernt. Wer sollte also im deutsch-italienischen und gleichzeitig jüdischen Bereich eher in der Lage sein als er, jüdisch-religiöses Leben vom Deutschen ins Italienische zu übersetzen? 

Der vollständige deutsche Beitrag von Hans-Dieter Arntz  erschien u. a. auch in seiner Homepage www.hans-dieter-arntz.de/artikel.html sowie bei www.shoa.de/content/view/606/46.

Der Vorabdruck erfolgte 1982 in dem renommierten Jahrbuch des Kölnischen Geschichtsvereins. Ein Jahr später wurde er ein eigenständiges Kapitel in dem Buch „JUDAICA – Juden in der Voreifel“ (Kümpel-Verlag, Euskirchen 1983, 3.Aufl.1986, S. 351-369) und lautete: „Jüdisch-religiöses Leben im Ghetto von Riga – nach den Erinnerungen von Karl-Schneider“. Dieser deutsche Beitrag gehört seit vielen Jahren zum Bestand des Leo-Baeck-Instituts in Jerusalem.

Dr. Wolf Murmelstein übersetzte den ersten Teil des Berichtes von Karl Schneider, der als Jude in Euskirchen (Deutschland) geboren wurde, wörtlich. Der zweite Teil wurde inhaltlich zusammengefasst, der Schluss entspricht wieder der deutschen Vorlage. Den Anhang bildet  ein kleiner historischer Überblick über das Ghetto Riga.

Die Rechte an der italienischen Übersetzung liegen bei Herrn Dr. Wolf Murmelstein wolf.murmelstein@tiscali.it

Der Arbeitskreis, der sich online um den Autor Hans-Dieter Arntz und Herrn Dr. Wolf Murmelstein gesammelt hat, bedankt sich ausdrücklich für die Übersetzung.

 

VITA RELIGIOSA EBRAICA NEL GHETTO DI RIGA

 (Italian version) 

TESTIMONIANZA DI KARL SCHNEIDER, SCRITTA NEL 1947.
PUBBLICATA NEL 1982 E 2006 DA HANS DIETER ARNTZ.       
TRADUZIONE DAL TEDESCO, INTRODUZIONE E NOTA STORICA A CURA DI WOLF MURMELSTEIN.

Questa singolare testimonianza deve essere studiata e meditata dacoloro che studiano le Mitzvot e la storia della Shoah.
Infatti, in tempi normali non è troppo difficile osservare le Regole, celebrare le Feste, predicare la Fede, portare avanti discussioni del
 tutto teoriche. Il vero problema è celebrare lo Shabbat e i Moadim,Rosh Ha Shanah e Yom Kippur , palare di Fede in tempi quando il
Nemico ha decretato la morte di una Comunità i cui dirigenti debbonoraccogliere tutte le loro forze spirituali per salvare, con un mezzo o un
altro, il salvabile.

E’ facile riunirsi per la Teffilah in tempi normali. E’ necessario coraggioquando si deve chiedere al “nemico” il permesso di riunirsi per pregare,ovviamente fuori orario di lavoro.

Questa testimonianza narra come un gruppo di ebrei deportati a Riga, nell’anticamera dell’inferno che era quel Ghetto, abbia trovato la forza
e il modo di Santificare il NOME.

“DOVE SI TROVA SULLA TERRA UN POPOLO CHE, PUR IN BISOGNO, MISERIA E PRIGIONIA ONORA D’O CON GIOIA COME IL POPOLO EBRAICO?” (Dal discorso di Rav Ungar per Simchath Thora 1942 nel Ghetto di Riga).

 

In queste pagine viene riportata la traduzione della parte della
testimonianza che si riferisce al Ghetto di Riga, liquidato nel
novembre 1943. La parte relativa al periodo successivo, fino
alla liberazione viene riassunta. Le parole conclusione sono
pure tradotte letteralmente.
In Appendice viene presentata una breve nota sulla storia del
Ghetto di Riga.

Stampato in proprio da Wolf Murmelstein
wolf.murmelstein@tiscali.it.
Tutti i diritti riservati.

 

Ladispoli, Gennaio 2007

 

1. LA TESTIMONIANZA DI KARL SCHNEIDER.
Voglio tentare di fissare per iscritto quanto vissuto; in molti non crederanno l’incredibile. E’un fatto che è la verità. Solo in caso di vera necessità dovrò fare riferimento ai fatti spaventosi di quel tempo dato che di questi il mondo ha già sentito abbastanza. Ero nel primo gruppo di deportati da Colonia, che è stato deportato il 7 dicembre 1941 a Riga. Per questo motivo mi è più facile parlare della vita religiosa ebraica di questo gruppo, del quale sono stato membro attivo. In generale anche presso gli altri gruppi le condizioni erano più o meno uguali e mi è possibile riferirne anche in modo più dettagliato. Per poter avere un quadro d’insieme, è necessario conoscere la storia dell’inizio del Ghetto.

Al nostro arrivo il Ghetto esisteva già. Era situato nel settore più degradato della Città Vecchia di Riga, abitato prevalentemente da russi. All’inizio dell’occupazione tedesca questo settore venne sgomberato dagli abitanti e destinato a Ghetto per gli ebrei lettoni. L’intero Ghetto era circondato da filo spinato e intorno stavano militi della SS lettone- Prima del nostro arrivo erano già avvenute diverse “azioni”.

Il Ghetto era diviso in tre settori: Il Ghetto Maschile Lettone, il Ghetto Femminile Lettone e quello più vasto destinato agli “Ebrei del Reich”, che dalla Germania, da Vienna e da Praga dovettero iniziare il percorso della deportazione verso Riga.

Diversamente dagli ebrei lettoni – gli uomini dovevano vivere divisi dalle donne – noi “Ebrei del Reich potevamo vivere con le nostre famiglie per tutto il tempo dell’esistenza del Ghetto Dopo il nostro arrivo – 10 dicembre 1941 – arrivarono altri trasporti di “Ebrei del Reich”, in gruppi di circa 1000/1200 persone, uomini, donne, bambini. Ciascun gruppo venne alloggiato in un suo quartiere. Cosi ogni strada venne denominata secondo la città di provenienza del gruppo stesso. Ogni gruppo aveva una propria amministrazione e il “Capo Trasporto” venne nominato “Anziano dl Gruppo”. Questi Anziani di Gruppo formarono il “Consiglio degli Anziani” diretto dal Presidente.

Tutti gli ordini andavano dal Comandante del Ghetto al “Presidente” e gli Anziani dovevano poi informare i propri gruppi. All’amministrazione generale erano addetti l’Ufficio Centrale del Lavoro e l’Amministrazione Centrale. La necessità di scuole e asili d’infanzia era molto sentita. Quasi tutti coloro . uomini e donne – che erano in età di lavoro doveva tutte le mattine andare a lavorare fuori del Ghetto per cui si doveva provvedere ai bambini.

Il nostro “Anziano di Gruppo”, Max Leiser, venne eletto Presidente del Consiglio degli Anziani. Leiser a Colonia aveva diretto l’Ufficio Assistenza della Comunità Ebraica e,già per questo motivo era molto molto legato alle tradizioni ebraiche e riuscì ad ottenere l’autorizzazione del omandante
del Ghetto all’apertura di scuole e asili. Anche se all’inizio, a causa anche della mancanza di spazio, si ebbe una grane confusione, si trovarono gli ambienti per le scuole e gli asili e tutto si sistemò in qualche modo.

L’asilo d’infanzia del nostro gruppo venne affidato alla Signora Levi. Non ci sono parole sufficienti per dire in che modo eccelso questa signora svolse la propria funzione. La si può chiamare l’angelo del nostro gruppo, dato che acquisì grandi meriti oltre che con la direzione dell’asilo anche quale organizzatrice dell’assistenza.

Negli asili e nelle scuole si organizzò in seguito la “mensa” con una scodella di minestra; i genitori dovettero ovviamente cedere qualcosa dalle razioni. Nell’asilo a fianco della Signora Levi c’erano anche alcune giovani ragazze. Nella scuola operavano due insegnanti, già della Scuola Ebraica di Colonia. In particolare il Maestro Hirschfeld operò in modo eccezionale: ancora prima dell’apertura della scuola visitò le famiglie e impartì lezioni ai ragazzi in età scolastica. Sentì come suo dovere insegnare ai ragazzi.

Pure presso gli altri gruppi del nostro Ghetto Tedesco funzionavano scuole ed asili d’infanzia con gli insegnanti presenti nei gruppi. In questo modo si ebbe un valido insegnamento – nei limiti delle possibilità – per tutti i ragazzi. Il materiale didattico era scarso e le scuole dovevano accontentarsi di ciò che era disponibile o quanto trovato in seguito in alloggi “abbandonati” nei settori lettoni.

Accanto al bisogno delle scuole era sentito anche quello delle funzioni religiose. Quando qualcuno doveva ricordare un congiunto defunto – oppure un'altra esigenza – si cercavano, e si trovavano - nell’ambito del caseggiato i dieci uomini necessari per formare lo “minian”. Ciò però non bastava; si sentiva il bisogno di vere funzioni religiose.

Era nuovamente Leiser che, insieme a tutti gli Anziani, chiese al Comandante l’autorizzazione ed ebbe successo. Iniziò allora la ricerca del luogo adatto. In seguito si ebbe la più bella Sinagoga. Non si può certamente parlare di una vera Sinagoga o di un Tempio; parliamo semplicemente di Sale di Preghiera. Ogni gruppo interessato ad avere una Sala di Preghiera riuscì a trovare l’ambiente adatto.

Essendo il Sig. Leiser ormai a capo del Consiglio degli Anziani dovette venire sostituito quale Capo del Gruppo di Colonia; al suo posto venne designato il Sig. Berendt – marito della dentista del nostro gruppo – un signore molto corretto che sempre si impegnava per l’Ebraismo.

Gli artigiani aveva intanto iniziato i lavori di restauro della Sala di Preghiera e si può affermare che dei veri artisti erano all’opera. Sul muro della nostra Sala di Preghiera c’era l’iscrizione
LCHU BONIM SCHIMU LI. JIRAS ADAUSCHEM ALAMEDCHEM

Rav Ungar aveva portato un Sefer Thorah da Colonia, in seguito dal Settore Lettone vennero portati altri Sefarim. C’era un leggio per l’Ufficiante e altri arredi rituali necessari. 
La nostra guida spirituale era il Rabbino Ungar, già insegnante nel Talmud-Thorah di Colonia. Non ci sono parole sufficienti per descrivere il suo impegno. Nei discorsi e nelle conversazioni riuscì a farci dimenticare per un momento la gravità della nostra situazione. Sempre sperò di poterci guidare alla Libertà.

Non vi era un direttivo ufficiale. Alcune persone note per il loro particolare impegno formarono, di fatto, il nostro direttivo. Quale Parnass fungeva il Sig. Bloch, un signore anziano sempre presente; il Suo sostituto era il Sig. Simons che, quando si trattava di cose ebraiche, era per tradizione destinato a stare in prima fila.

Quale Primo Officiante avevamo il Sig. Schalamach, che già aveva svolto questa funzione in una Sinagoga di Colonia; nulla devo dire circa la sua voce. Per il Sig. Schalamach era difficile adattarsi alle condizioni del Ghetto di Riga e alla nostra sorte. In poco tempo la sua voce era irriconoscibile.

Devo ricordare in particolare i 3 fratelli Schwarz. Karl Schwarz, che per un certo tempo aveva pure officiato a Colonia, era dotato di una magnifica voce e contribuì molto alla bellezza delle funzioni; i suoi due fratelli spesso officiavano le funzioni mattutine, sulle quali riferirò in seguito. Erano tra i
più validi nella nostra Comunità.

Un ruolo particolare aveva nella nostra Comunità Juda Monek che aveva il ruolo di Shamash e di Aiuto Officiante. Era molto conosciuto, fin dai tempi in cui lavorava nella Casa di Riposo Ebraica di Colonia. Aveva scritto un libro per sostenere che il Messia avrebbe iniziato la liberazione degli
Ebrei proprio da Colonia. Su questo libro aveva lavorato per circa 20 anni ed era riuscito a portare una copia a Riga. Come già a Colonia anche a Riga lo si vedeva tutte le sere a girare nel Ghetto, con il libro sotto braccio, per i suoi giri di propaganda. Lo si vedeva anche nel Settore Lettone. Dopo un po’ lo si conosceva solo col nome “Messia”. Sosteneva di aver depositato, prima della deportazione, una copia presso la Polizia di Colonia. Sono fermamente convinto che ci sarà qualcuno che vorrà chiedere informazioni su quel libro presso la Polizia a Colonia, essendo molto interessante. Monek era un valido aiuto e amico di Rav Ungar, di cui seguiva l’impegno.

Vorrei ricordare tutti coloro che erano sempre presenti quando era necessario.

Anche presso gli altri gruppi vennero create bellissime Sale di Preghiera; ricordo i gruppi di Kassel e Duesseldorf. Questi due Gruppi, oltre al nostro di Colonia, erano i più interessati al Culto e avevano allestito bellissime Sale di Preghiera. Avevano anche ottimi Dirigenti e Cantori. Presso il Gruppo di Kassel svolse le funzioni di Capo-Culto il maestro Bacher, presso quello di Duesseldorf il Predicatore Nussbaum e il Cantore Scheuer; presso il Gruppo di Dortmund il Cantore Kober e presso quello di Berlino Paul Klein, già dirigente del coro di una Sinagoga berlinese, e dotato di una magnifica voce. In quei Gruppi dove non si era potuto costituire una Comunità i devoti si recavano presso le Sale di Preghiera degli altri gruppi.

L’Anziano del Gruppo di Hannover era un certo Fleischer, che diceva di non essere ebreo. Credeva di godere la fiducia del Comandante e di poter quindi costituire una Comunità Cristiana nel Ghetto.

Nel Ghetto si trovavano, infatti, molte persone - figli di matrimoni misti o allevati quali cristiani. Si suppone che Fleischer diede vita alla Comunità Cristiana senza l’autorizzazione del Comandante, il quale, appena venuto a conoscenza del fatto la vietò immediatamente. Nel Ghetto non ci dovevano essere dei Cristiani.

L’autorizzazione del Comandante a tenere le funzioni religiose era legata a delle condizioni; la più importante era il divieto di riunioni durante l’orario di lavoro che sarebbero state considerato quali sabotaggio. Ne derivava, fin dall’inizio, l’impossibilità di riunirsi per la Preghiera del Mattino.
Si deve ricordare che tutti gli uomini in età valida dovevano andare al lavoro. Già di mattina presto, fin dalle 5,30, iniziava la marcia delle colonne in uscita dal Ghetto. Solo uomini e donne in età non valida al lavoro erano adibiti ai servizi interni del Ghetto, quali la pulizia delle strade, la raccolta dei rifiuti, ecc., che non erano cosi pesanti quali i lavori all’esterno. Malgrado ciò, tutti cercavano di uscire essendoci il grande pericolo delle apparizioni improvvise, inaspettate, del Comandante e dei suoi aiutanti.

Questi uomini anziani, che potevano rimanere nel Ghetto, riuscivano quasi sempre di riunire il Minjan per la Preghiera del Mattino; dieci uomini si trovavano sempre. Ad officiare era uno dei Fratelli Schwarz. Di sera si aveva sempre il Minjan, specialmente d’estate. Peraltro non si usciva volentieri dagli alloggi quando era già buio, per non correre il pericolo di incontrare il Comandante.

In occasioni di anniversari e periodi di lutto si riuscì rapidamente a riunire dieci uomini.

Rav Ungar pure andava al lavoro all’esterno del Ghetto ma di Sabato il Capo Squadra Simons lo esentò dal lavoro per cui doveva rimanere nel suo alloggio fino al ritorno delle varie squadre. Venerdì sera la Sala di Preghiera era affollatissima. L’Officiante e le note melodie ci facevano dimenticare di stare nel Ghetto di Riga.

Di Sabato le squadre tornavano dal lavoro intorno alle 13/14 e potevamo dire Minhah e Arvit. Alla Lettura Sefer si chiamava lo stesso numero di uomini che si sarebbe chiamato per Shachrit; allo stesso modo ci si regolava per i Moadim come dirò in seguito. Anche presso gli altri Gruppi ci si
regolava nello stesso modo. E’ doveroso ricordare che gli Anziani di Gruppo e i Capo-Squadra si impegnavano molto ad agevolare gli uomini, conosciuti come devoti, ad osservare i precetti. La Cerimonia di Inaugurazione della nostra Sala di Preghiera aveva una grande solennità e credo di avere mai visto nella mia vita una simile partecipazione. I discorsi erano tenuti dal Sig. Leiser, da Rav Ungar e da Berthold Simons. Tutti i Cantori partecipavano. Si piangeva, non per prigionia ma per il pensiero ai nostri cari, lasciati a casa, destinati anche loro a subire la nostra sorte.
C’erano ormai anche dei defunti da commemorare, quasi tutti morti per malattie. Però poco dopo

la cerimonia di dedicazione della Sala di Preghiera per onorare con la nostra Preghiera le prime due vittime del Gruppo di Colonia. Due dei nostri migliori compagni erano stati assassinati a fucilate dai banditi lettoni nei pressi dei loro alloggi: sono da ricordare Alex Sander e Heinz Wertheim. A lungo avevo abitato vicino al mio buon amico Alex e posso affermare che era uno dei migliori del nostro Gruppo di Colonia che partecipò compatta alla sua Commemorazione. La vedova vive negli USA.

Nel tempo c’erano molte vittime che vennero sempre commemorate. Anche se il cimitero ebraico si trovava entro il perimetro del Ghetto, solo all’Anziano del Gruppo e agli addetti alla sepoltura era consentito di essere presenti ai funerali.

Lo Shabbat venne festeggiato come un ospite in visita ogni settimana. Ma in occasione dei Moadim le cose erano del tutto differenti. Iniziamo con Pesach.

Le nostre razioni alimentari erano minime. Però, il lavoro all’esterno del Ghetto offriva possibilità di fare qualche scambio con civili lettoni e di procurarsi cosi qualche cosa in più per mangiare. Però ciò era molto pericoloso perché per gli scambi era prevista la pena di morte. Ma prima di Pesach si rischiava un po’ di più per trovare un po’ di farina bianca per qualche azzima. Chi non era riuscito a trovare farina bianca dovette accontentarsi della farina nera della razione. Comunque, nei limiti del possibile, almeno per le sere dei Sedarim dovevano esserci delle azzime. La sera, arrivati dal lavoro, ci si affettava per tornare negli alloggi e, lavati e cambiati d’abito, si andava alla Sala di Preghiera.

Di Shabbat e Moadim si indossavano gli abiti migliori che si era riusciti a portare. Ognuno cercava di vestirsi da Jom Tov, come si soleva di dire in tempi migliori. Ma quasi mai si vedevano uomini con cappello. Il cappello era fuori moda e tutti portavano i cosiddetti “baschetti da Ghetto”, simili a
berretti da sciatori, che nelle giornate fredde si potevano tirare sulle orecchie. Inoltre, per i prescritti saluti, era necessario avere il baschetto in mano. Un cappello sarebbe stato scomodo sia al lavoro che per questi saluti.

A Moed, di sera, c’era il discorso, e la Sala di Preghiera era stracolma. Dopo la Preghiera si tornava agli alloggi per il Seder.

Ora debbo parlare della mia persona. Disponevo di un ambiente un po’ più grande che divedevo con 6 altre persone. La sera di Seder i letti vennero smontati, liberando lo spazio, per quanto possibile. Al Seder che guidavo partecipavano da 25 a 30 persone. Debbo dire: Oppressi eravamo ma quella sera uomini liberi. Quando giunsi al passo dove si dice. “si mangia a volontà” gli ospiti tornarono ai loro alloggi per consumare il loro scarso pasto, dopo si proseguì col Seder.Nel Ghetto avevamo due volte l’occasione di festeggiare Pesaci con le nostre famiglie.
Di Shavuoth ci si regolava come di Shabbat. La Preghiera venne detta il tardo pomeriggio; dopo il ritorno dal lavoro.

Rosh Ha Shanah era una ricorrenza che meritava una celebrazione particolare. I Capisquadra fecero di tutto, nei limiti del possibile, per l’esenzione dal lavoro degli uomini più anziani e di quelli noti come particolarmente osservanti; era però necessaria la massima cautela. Nel primo anno del nostro esilio la maggioranza dei lavoratori impegnati all’esterno del Ghetto potè spiegare ai sorveglianti che si trattava della nostra più importante ricorrenza e che il Comandante aveva ordinato di poter ritornare prima del solito. Una parte dei sorveglianti diede credito a questa “informazione” e riportò i “propri ebrei” al Ghetto già per mezzogiorno. Il Comandante non avrebbe saputo di ciò se diversi “posti di lavoro” non avessero chiesto conferma telefonica di queste informazioni.

Per una migliore comprensione di ciò devo dire che gli ebrei lavoravano in parte in aziende private, in parte presso unità della Wehrmacht e in parte presso la SS. Presso la SS era impossibile ottenere agevolazioni in relazione alle Festività, anche se qualcuno avrebbe forse aiutato ma i suoi superiori sarebbero intervenuti con i divieti. Un assenza dal lavoro sarebbe stato considerato sabotaggio con conseguenti esecuzioni capitali. Presso la Wehrmacht era meno difficile ottenere qualche permesso perché parte dei soldati, e anche dei superiori, era più comprensiva per il nostro comportamento in occasione delle festività.

Nel 1942 la questione poté venire “sistemata” senza conseguenze. Per nel 1943 il Consiglio degli Anziani ci proibì di fare questo tentativo per ritornare nel Ghetto prima del tempo.

La cerimonia di Rosh Ha Shanah era particolarmente solenne. Il Cantore diede il meglio di sé. Poi avevamo come ospite un Cantore lettone, dotato di una magnifica voce. I discorsi di Rav. Ungar e del Presidente del Consiglio degli Anziani Leiser erano toccanti e Berthold Simons suonò lo Shofar
con particolare impegno. La Sala di Preghiera era piena e molti dovevano stare fuori, sulle scale e in cortile, e tutti pregavano con pieno sentimento.

Alla domanda sulla provenienza degli oggetti rituali è fin troppo facile rispondere. Al nostro arrivo nel Ghetto, come già detto primo, ebbero già avuto luogo delle “azioni”. Prendemmo possesso degli alloggi cosi come i poveri ebrei lettoni li avevano lasciato al momento della loro cacciata. Oltre a piccole quantità di generi alimentari trovammo anche generi di vestiario. In una città dove erano vissuti molti ebrei osservanti era facile trovare oggetti rituali e libri. Molti libri di preghiera erano rilegati in legno di cedro e spesso contenevano immagini e iscrizioni della Eretz Israel.

Con l’andare del tempo la vita quotidiana nel Ghetto assunse la sua fisionomia. Le fucilazioni non erano certo cessate. Ma la nostra “situazione economica” migliorò. Grazie allo scambio di generi di vestiario e altri oggetti non indispensabili con i civili lettoni fuori del Ghetto era possibile procurare un di più di generi alimentari, che però – come già detto in precedenza – veniva punito con la morte se colti sul fatto. Ciò malgrado tutti si procuravano, per quanto possibile, ulteriori generi alimentari.

Alla Vigilia di Jom Kippur ognuno fece quanto era nelle proprie possibilità per avere da magiare un po’ di più del solito. Ci si affrettò per arrivare dal lavoro nel Ghetto e mangiare. E subito ci si avviò verso la Sala di Preghiera. Lo Yom Kippur non si differenziò dagli altri giorni della vita nel Ghetto Tedesco salvo che si può affermare che, nonostante la grande fame e il grande stato di bisogno, il digiuno era osservato da quasi tutti. Solo pochi limitarono il digiuno a mezza giornata oppure non digiunavano affatto. Mai potrò dimenticare il mio stupore di vedere al lavoro esterno compagni di sventura che mai si erano in precedenza interessati per la Sinagoga/Sala di Preghiera ma quel giorno vennero col  Machsor e digiunavano l’intera giornata! Ad ogni minuto libero i singoli compagni scomparivano dietro qualche riparo per poter pregare. Nella maggioranza dei casi la Preghiera era già iniziata quando si tornava dal lavoro. Infatti, coloro che erano adibiti ai servizi interni erano subito presenti mentre noi dovevamo percorrere un lungo camino. E quando venivamo trattenuti per lavori extra?

Per Sukkoth è scritto: Per sette giorni dimorerete in capanne. Noi abitavamo in capanne ma per la Festa avevamo vere capanne con copertura vegetale, costruiti dai nostri ragazzi. Subito dopo Jom Kippur, spontaneamente, i ragazzi iniziarono la costruzione delle Capanne. Era ordine del Comandante che tutti gli edifici dovevano essere collegati fra loro; tutti i cortili erano stati collegati abbattendo i muri divisori e cosi era possibile andare da un cortile per tutto il Ghetto.

In questo modo sorsero degli isolati. I ragazzi di questi isolati costruirono le Capanne. Qui devo citare il particolare impegno, oltre che del nostro gruppo di Colonia, anche di quello di Kassel. In ogni angolo i ragazzi trovarono vari panni mentre reperivano rami di alberi e cespugli. Tutto per
costruire una bella Sukkah. Sulle pareti erano appese disegni e iscrizioni ebraiche e le ragazze erano riuscite a preparare dei “dolcetti”:

Dopo la Preghiera Serale l’intero isolato si ritrovò nella Sukkah per il Kidush. Il Sig. Leiser, che alloggiò nei pressi tenne un discorso. I ragazzi trascorrevano ogni minuto libero nella Sukkah.Ogni nuovo visitatore venne accolto come ospite. La Preghiera per la Festa venne detta come al solito.

La grande eccezione si ebbe per Simchath Thorah. Subito dopo la fine della Preghiera della Sera ebbe inizio uno speciale Servizio per Bambini. Per tutta la vita non potrò mai dimenticare questa celebrazione di Simachath Torah; non è possibile descrivere come si cantava e ballava e non si sapeva se si stava nel Ghetto di Riga o nella Sinagoga di una grande città. Si dimenticò tutto. Si fecero pure delle offerte. Ognuno venne chiamato al Sefer, ognuno fece un’offerta. Niente denaro (chi aveva denaro era condannato a morte)  ma generi alimentari. C’erano, infatti, alcuni lavori esterni “buoni” dove le squadre avevano ottenuto il permesso di portare ogni giorno nel Ghetto dei generi alimentari. Ciò valeva per le squadre adibite al mattatoio, alla lavorazioni dei peli, ecc. Quasi ogni giorno portavano pezzi di polmone, fegato o resti di carne. Cosi ci si poteva aiutare nell’ambito dei gruppi e cosi tutte le offerte fatte in occasione di Simachath Thorah erano destinate ai bisognosi.

Per evitare che questi buoni propositi non venissero dimenticati Berthold Simons fece visita a chi aveva fatto delle offerte per “incassare”.
Al Servizio per i Bambini partecipavano tutti i bambini del gruppo di Colonia, senza eccezione. Anche i bambini vennero chiamati al Sefer, come venne fatto in altri tempi nella Sinagoga. Quale Officiante c’era uno dei figli di Rav Ungar e alla lettura dal Sefer c’era il giovane figlio del Cantore
Schalamach. I due ragazzi erano bravissimi. Anche quel giorno, come ogni Shabbat e Moed Rav Ungar tenne il discorso. Rav Ungar inziò con le parole: Dove si trova sulla terra un popolo che pur in miseria bisogno e prigionia onora D’O con gioia come il popolo ebraico?  In quel momento dimenticammo veramente di essere prigionieri.

Il 2 novembre (1943 n.d.t.) portò alla liquidazione definitiva del Ghetto di Riga. Nel corso di una “azione” vennero portati verso destinazione ignota oltre 2000 persone. Coloro che erano rimasti vennero portati in campi minori dipendenti dal vicino Campo di Concentramento di Kaiserwald.

In quella terribile giornata, quando tutti noi perdemmo quasi tutti i nostri cari, la maggior parte della nostra “Comunità” ci lasciò. Tra i rimasti c’erano Rav Ungar e Monek. Qui termina la prima parte – relativa al Ghetto di Riga – della testimonianza di Karl Schneider.

                                   
2° EPILOGO.
La seconda parte della testimonianza viene riassunta.
Karl Schneider fece parte di un gruppo di 1500 ebrei – tedeschi e lettoni – portati presso un centro vestiario della Wehrmacht dove era stato possibile ottenere l’autorizzazione a riunirsi per pregare, a condizione che ciò non fosse di pregiudizio al lavoro. Essendo sistemati in grandi sale non potevano pensare ad una Sala di Preghiera, solo accontentarsi a trovare qualche angolo per riunirsi a pregare. La mattina si trattava di alzarsi un po’ prima e i vigili ebrei del campo davano la sveglia in tempo a coloro che erano fissi per il Minjan. Col tempo molti vennero portati in Germania – divenne quindi sempre più difficile riunire un Minjan – fino a che anche il gruppo restante di circa 100 uomini e di 120 donne venne trasferito – proprio la Vigilia di Kippur 1944 - nella zona portuale di Riga, per il duro lavoro del trasferimento su navi di tutto il materiale dei magazzini militari della zona.

Malgrado tutto – durissimo lavoro giorno e notte e insufficienza di generi alimentari – quasi tutti osservavano il digiuno. Da ricordare che i soldati tedeschi temevano molto di essere catturati dai russi che ormai erano vicini.

Con le navi che avevano caricato anche questi ebrei vennero portati a Libau; credevano imminente la fine della guerra ma si sbagliavano. Anche nel nuovo campo si trovarono uomini desiderosi di costituire un Minjan; chiunque si sentiva idoneo poteva officiare. Dopo un breve soggiorno – però c’erano stati 14 compagni vittime dei bombardamenti – parevano destinati a seguire l’unita militare anche in Germania, in un nuovo campo. Sulla nave però appresero di dover sbarcare ad Amburgo, dove vennero presi in consegna da SS e Polizia e maltrattati. Vennero prima portati in una prigione e privati dei restanti oggetti rituali e libri di preghiera e ogni altro avere e poi nel campo di lavoro di Kiel-Hassel, in mezzo a prigionieri non ebrei in baracche sovraffollate. Però anche qui si cercava di riunirsi per pregare.

I sopravvissuti vennero liberati nel maggio 1945 e portati in Svezia dove, nel Campo di Raccolta, ricostruirono una Keillah e poterono riunirsi ogni mattina e sera, di Shabbat e di Moed, per pregare.

3° LA CONCLUSIONE DI KARL SCHNEIDER.
Testuale

Per quanto possibile ho tentato di descrivere quanto vissuto negli anni di esilio come vita religiosa ebraica. E’ possibile che abbia dimenticato questa o quella persona con grandi meriti. 

E’ però vero che sempre il tempo della preghiera era il tempo più tranquillo. Dimenticavamo le cose terribili che avvenivano intorno a noi.

Qualcuno potrà supporre che la vita nel Ghetto fosse stata abbastanza tranquilla. Ciò è falso. Ogni giorno avvenivano fucilazioni e impiccagioni e eravamo sempre esposti ai nostri possibili assassini.

Quasi nessuno delle persone che hanno acquisito in quei tempi  di tenebre grandi meriti per la vita ebraica è in vita. Tutti hanno contribuito a donarci ore di calma interiore e di speranza. Grazie alla loro Fede erano animati da grande ottimismo e volevano vivere con noi il giorno della liberazione.

 

APPENDICE.
 IL GHETTO DI RIGA – BREVE CENNO STORICO.
Prima fase: Il Ghetto Lettone.
La storia del Ghetto di Riga – capitale della Repubblica di Lettonia, sul Baltico – incomincia con l’attacco nazista all’Unione Sovietica (che aveva incorporato nel 1940 le tre repubbliche baltiche di Lettonia, Estonia e Lituania). La città di Riga viene occupata dalle truppe naziste il 1 Luglio 1941.
Lo stesso giorno sostenitore lettoni dei nazisti scatenarono un’ondata di arresti di ebrei; oltre 2700 assassinati nella vicina foresta di Bikerniecki, gli altri vennero gravemente maltrattati. Il 4 Luglio 1941 miliziani lettoni diedero fuoco alla Sinagoga Chor uccidendo nell’incendio un imprecisato numero di ebrei; successivamente vennero incendiate altre sinagoghe.

Durante i successivi tre mesi gli ebrei di Riga vissero un regime di terrore con cacciate dalle case e confische di beni; divieto di usare i mezzi di trasporto pubblico e di camminare sui marciapiedi; retate per lavoro coatto e obbligo di portare la stella gialla. Le aggressioni erano quotidiane. Il 25 Ottobre 1941 venne istituito il Ghetto, ovviamente nella parte più degradata della città. Il Consiglio degli Anziani – diretto da Michael Elyashov – cercò di rendere la vita meno dura e organizzò un ospedale, una farmacia e un ricovero per anziani; venne pure formato un Servizio d’Ordine al
comando di tale Michael Rosenthal. Uomini e donne dovettero andare al lavoro forzato. Scherani tedeschi e lettoni “visitarono” spesso il Ghetto facendo anche razzia di oggetti di vestiario e da casa, strumenti musicali, quadri e altro.

La notte tra i 29 e il 30 Novembre una parte del Ghetto venne  circondata e agli ebrei venne detto di formare gruppi di 1000 persone e di preparare valigette da 20 chilogrammi per essere trasferiti in un nuovo campo nelle vicinanze; alcuni, intuito il vero significato di questo trasferimento, commisero suicidio. Infatti, alla mattina del 30 Novembre i gruppi vennero condotti alla foresta Rumbula, ad 8 Chilometri da Riga, e fucilati. Molte persone vennero uccise sulle strade del Ghetto o nelle case; miliziani lettoni ubriachi massacrarono tutti i ricoverati nel ricovero per anziani. Il massacro venne completato i giorni 8 e 9 dicembre. Complessivamente vennero uccise circa 28000 persone tra cui quasi tutti i membri del Consiglio degli Anziani,  il grande storico Simon Dubnov e il Rabbino Capo Rav Mendel Zak.

Dopo queste “azioni” circa 4000 uomini vennero rinchiusi nel “Piccolo Ghetto” o “Ghetto Maschile Lettone” mentre le donne vennero chiuse nel cosiddetto “Ghetto delle Donne”, formato da due case, detto anche “Ghetto Femminile Lettone”.

Seconda fase: Il Ghetto per gli “Ebrei del Reich”.
Fin da settembre/ottobre 1941 era stata prevista la deportazione degli “Ebrei del Reich”(Germania, Austria e Boemia-Moravia) nei ghetti dei “Territori dell’Est” (oltre a Riga anche Kaunas in Lituania e Minsk in Bielorussia) per cui è da ritenere che il massacro degli ebrei lettoni a fine novembre e inizio dicembre 1941 fosse stato pianificato prima ancora della creazione del Ghetto il 25 ottobre.

Tra il 27 Novembre e il 15 Dicembre partirono trasporti da Berlino, Norinberga, Monaco, Vienna, Amburgo, Kassel, Duesseldorf e Colonia con destinazione Riga. Successivamente tra il 9 gennaio e il 21 febbraio altri trasporti partirono da Lipsia, Dortmund, Muenster, Dresda e da Terezin, il Ghetto in Boemia, sempre destinati a Riga. Tenendo conto che alcuni trasporti, per cambio di destinazione, vennero invece mandati a Kaunas, possiamo calcolare che circa 20000 “Ebrei del Reich” giunsero a Riga nel periodo dicembre 1941/febbraio 1942; sopravvisse solo una piccola parte.

Dalla testimonianza di Karl Steiner sappiamo che il Consiglio degli Anziani era composto dagli Anziani dei singoli gruppi di provenienza, che poi avrebbero eletto il Presidente. Sappiamo pure che il Commando del Ghetto aveva consentito le riunioni per le preghiere ebraiche. Venne però vietata la costituzione di una Comunità Cristiana perché “Nel Ghetto non ci sono cristiani”. Infatti, questa motivazione era coerente con le teorie dell’ideologo nazista Alfred Rosenberg, autore del volume “Il Mito del XX° Secolo”, nominato Ministro per i Territori Occupati dell’Est.

Il primo trasporto da Berlino, avviato troppo presto, arrivò a Riga il 30 Novembre 1941 e  anche i suoi componenti vennero inclusi nelle fucilazioni di quel giorno. Il trasporto partito da Terezin il 15 Gennaio 1942 venne “liquidato” all’arrivo. Il trasporto partito da Vienna il 6 Febbraio 1942 trovò pronte alcune Camere a Gas mobili, mascherate da camion sui quali poteva salire “chi non poteva fare 7 Km a piedi”;  circa 700 degli arrivati vennero cosi immediatamente uccisi. Seguirono poi altre selezioni che colpivano circa 3000 ebrei – nel Ghetto e nel vicino Campo di Jungfernhof -
ritenuti inabili al lavoro e che vennero massacrati nella vicina foresta di Bikernieki. In pochi mesi circa la metà degli “Ebrei del Reich”arrivati a Riga era morta.

In febbraio e in ottobre 1942 giunsero anche due piccoli gruppi di ebrei trasferiti da Kaunas. Nel Ghetto per gli Ebrei del Reich si tentò di rendere la vita più normale, come ci informa anche la testimonianza di Karl Schneider; oltre scuola e Sale di Preghiera si organizzarono anche eventi di
cultura.

Nel Ghetto Maschile Lettone si cercò di organizzare un gruppo di resistenza in vista di una fuga per unirsi i Partigiani sovietici. Il giorno 28 ottobre 1942 un grande gruppo tentò la fuga che venne però fermato dai tedeschi, informati da una delazione; nella battaglia caddero in tutto 105 persone e 40 appartenenti al Servizio d’Ordine Ebraico vennero uccisi nel cortile del Commando. Il 31 ottobre 1942 vì fù una selezione nel Ghetto Lettone e 108 ebrei, considerati non abili al lavoro, vennero fucilati.

Terzo fase: Ghetto unico e sua liquidazione.
Il 1 Novembre 1942 il Ghetto venne unificato - con due sezioni Ebrei del Reich e Ebrei Lettoni – con un unico Consiglio degli Anziani e un unico Servizio d’Ordine. Nell’estate 1943 cominciarono trasferimenti dal Ghetto di Riga verso il Campo di Concentramento di Kaiserwald e campi dipendenti. IL 2 Novembre 1943 i tedeschi effettuarono una grande “azione” con la deportazione verso Auschwitz di oltre 2000 fra donne, bambini e anziani mentre gli uomini giudicati abili al lavoro ancora presenti nel Ghetto vennero smistati nei Lager vicini. Era la fine del Ghetto di Riga.
EpilogoAll’arrivo dell’Armata Rossa – il 13 ottobre 1944 – 152 ebrei sopravvissuti uscirono dai rifugi dove si erano nascosti ma la Polizia Segreta Sovietica (NKVD, precursore della KGB) li sottopose ad interrogatori basati sulla domanda “Come siete sopravvissuti”. Molti di questi sopravvissuti furono arrestati e inviati in Siberia.

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